Sana Kazi / The Sleepers series

Giovanna Pennacchi is delighted to present for the first time in Italy The Sleepers Series by Sana Kazi, a work focused on the relationship between photography and miniatures.

The Pakistani artist began by shooting photographic portraits of young subjects (women and men) that she transferred onto sheets of wasli paper, the traditional handmade paper used for miniatures that was prepared beforehand with a layer of ash.

The “sleepers” faces, painted with natural pigments made by mixing various minerals with sand and ground stones, reflect an idea of ​​suspension and the unfinished, which for the artist is conceptually significant, as it allows interaction with viewers that have the freedom to “reconstruct” those faces through their own imagination, according to their own ideas of ​​”truth.”

The aspect of repetition is just as important as it introduces the themes of continuity, harmony, rhythm, the transitory nature of time. Elements that are associated with the spiritual search for eternal love, rooted in collective memory.

In particular, they have a deep connection with the Sufi practice of repeating the name of God and His attributes, known in the Muslim religion as Zikr.

The invocation itself with its rhythm of repetition and its synchronization leads into a state of trance that is beyond space and time.

“Every single portrait gets repeated four times,” Sana Kazi affirms. “In going from passage to passage, it loses its formal consistency. These four stages of the journey are an allegory of the beginning of life, even before the spirit is blown into the womb, followed by birth, by death, and finally by eternal life. The alternation in the cyclical nature of life is shown in a serene transitory state of sleep.”

ACTA INTERNATIONAL

Direzione: Giovanna Pennacchi

dal martedì al sabato, ore 16 – 19,30

via Panisperna, 82/83

00184 Roma

tel 064742005

www.actainternational.it

info@actainternational.it

Sana Kazi / The Sleepers series

Sana Kazi / The Sleepers series

a cura di Manuela De Leonardis

26 gennaio – 20 febbraio 2019

Inaugurazione alla presenza dell’artista

26 gennaio ore 18,30

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare per la prima volta in Italia The Sleepers series di Sana Kazi, un lavoro incentrato sul rapporto tra fotografia e miniatura.

L’artista pakistana è partita dalla realizzazione di ritratti fotografici di giovani personaggi (donne e uomini) che ha trasferito su fogli di carta wasli, la tradizionale carta fatta a mano impiegata per le miniature, precedentemente preparata con uno strato di cenere.

I volti dei “dormienti”, dipinti con pigmenti naturali provenienti dalla miscela di vari minerali con sabbia e pietre macinate, riflettono un’idea di sospensione ed incompiuto che per l’artista è concettualmente significativa, in quanto permette l’interazione con il pubblico che ha la libertà di “ricostruire” quei volti attraverso la propria immaginazione, assecondando una propria idea di “veridicità”.

L’aspetto della ripetizione è altrettanto importante: introduce al tema della continuità, dell’armonia, del ritmo, della transitorietà del tempo. Elementi che sono associati alla ricerca spirituale dell’amore eterno e radicati nella memoria collettiva.

In particolare, hanno un legame profondo con la pratica sufi della ripetizione del nome di Dio e dei suoi attributi, conosciuta nella religione musulmana come Zikr.

L’invocazione stessa con il ritmo della ripetizione e la sua sincronizzazione conduce in uno stato di trance che è al di là dello spazio e del tempo.

“Ogni singolo ritratto viene ripetuto quattro volte.” – afferma Sana Kazi – “Di passaggio in passaggio perde la sua consistenza formale. Queste quattro tappe del viaggio sono un’allegoria dell’inizio della vita, ancor prima che lo spirito venga soffiato nel grembo materno, seguito dalla nascita, dalla morte, e, infine, dalla vita eterna. L’alternanza nella ciclicità della vita è mostrata in un sereno stato transitorio di sonno.”

(Manuela De Leonardis)

SANA KAZI (1983, Pakistan) vive lavora a Lahore in Pakistan. Ha conseguito il BFA in miniature specializzandosi in arti visuali presso il National College of Arts di Lahore (2006 e 2012). Alla carriera artistica è complementare l’attività di scrittrice e critica d’arte e di docente al National College of Arts di Lahore. Ha conseguito numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui Rockefellers Brother Fund Foundation che, in collaborazione con la New York Foundation of Arts (NYFA), ha organizzato una sua mostra a New York; la residenza di Art Hub a Abu Dhabi.

Tra le mostre personali: 2017 – Respite, Satrang Gallery, Islamabad; A Secret, Sanat Gallery, Karachi; 2014 – Spatial Transcendence, Rohtas 2, Lahore; Cognitive Transcendence, Koel Art Gallery, Karachi; 2012 – Transition, Degree Show M.A (Honors) Visual Arts, National College of Arts, Zahoor-ul-Ahklaq Gallery, Lahore; 2006 – Happily Ever After, Zahoor-ul-Akhalq Gallery, National College of Arts, Lahore.

Tra le mostre collettive: 2018 – Body Language (a cura di Quddus Mirza), Royaat Gallery, Lahore; I, too am part of this History (a cura di Zahra Khan), Fakhir Khana Museum, Lahore; 2016 – Narcissus Reborn, Karachi Sanat Art Initiative; 2015 – Doppelganger (a cura di Aasim Akhtar), Khaas Gallery Islamabad; 2014 – Patterns of Unity, Art Hub, Abu Dhabi; 2013 –In Transit, Chashama gallery, New York; In Transit” Rohtas Gallery, Lahore; 2012 – Pakistan Now, Resurgence and Subversion in Art, a cura di Ameena Chaudhry e Ali Adil Khan), Toronto, Canada; 2007 – The Art of Story Telling, New End Gallery, Londra.

Nel 2009 il suo lavoro ha fatto parte del progetto di arte e musica Silent Decibels (Art of Music), curato da Aasim Akhtar (47 music paintings con 9 performance di danza) che da Lahore ha viaggiato per due anni ad Islamabad e Karachi per giungere negli Stati Uniti, dove è entrato a far parte della collezione del Music Museum (Crispus Industries) di Washington.

ACTA INTERNATIONAL

Direzione: Giovanna Pennacchi

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CIELO E ACCIAIO – Photografs by Irene Avaltroni

Giovanna Pennacchi is pleased to present the exhibition

CIELO E ACCIAIO – Photografs by Irene Avaltroni

Manuela De Leonardis, Curator

16 novembre – 15 dicembre 2018

Cielo e acciaio (Sky and Steel) is a selection of twenty color photographs from the body of work that Irene Avaltroni created between the second half of 2017 and 2018, during her site inspection and breaks at work in Aarhus and Copenhagen (Denmark), where the construction of a light rail and a rapid transit system respecti vely are in progress, or during her short return trips to Rome. These images belong to her daily routine as civil engineer and architect with a decided and authentic curiosity toward the photographic language. Mishima, in Sun and Steel, writes: “What I saw was not a subjective illusion but, necessarily, the fragment of a clear collective vision.” Borrowed words (even in the exhibition title) restore the sense of intuitively poetic interior research. “My glance meeting that moving wavering light blue sky, was penetrated for an instant by the pathos of the Creator,” the great Japanese writer writes again. In Avalroni’s shots, steely hardness is declined in the forms of bolts, scaffoldings, bars, armatures, cableways, supports, cranes, catwalks, pipes, hooks, nails, cables, and clamps. They lose their anonymous pride to gain a metaphoric physiognomy. A gentle (but not sugarcoated) eye brings these forms, which sometimes become repeated patterns, transforming them into fleeting visions, yet clearly real. A flowery garden, a suspended tunnel, an abstract vortex: geometries that run after each other, redefining the border of the interior photographic world and whatever surrounds it.

(Manuela De Leonardis)


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CIELO E ACCIAIO – Fotografie di Irene Avaltroni

Cielo e acciaio è una selezione di venti fotografie a colori del corpus che Irene Avaltroni ha realizzato nella seconda metà del 2017 e nel 2018, durante le ispezioni e anche le pause di lavoro nei cantieri di Aarhus e Copenhagen (Danimarca), dove è in corso la costruzione rispettivamente di una tramvia e di una metropolitana o, magari, durante i brevi viaggi di ritorno a Roma. Immagini che appartengono al suo quotidiano di ingegnere civile e architetto con una dichiarata e autentica curiosità verso il linguaggio fotografico. Mishima, in Sole e acciaio, scrive: “Ciò che vidi non fu affatto un’illusione soggettiva ma, necessariamente, il frammento di una nitida visione collettiva. Parole che, prese in prestito (anche nel titolo stesso della mostra), restituiscono il senso di una ricerca interiore intuitivamente poetica. “Il mio sguardo, incontrando quel cielo azzurro che si muoveva e oscillava, era penetrato per un istante nel pathos del creatore”, scrive ancora il grande scrittore giapponese. Negli scatti di Avaltroni la durezza dell’acciaio, declinato nelle forme dei bulloni, dei ponteggi, delle barre, dell’armatura, delle canaline, delle staffe, delle gru, delle passerelle, dei supporti, dei tubi, dei ganci, dei chiodi, delle corde, delle ganasce perde la sua anonima fierezza per assumere una fisionomia metaforica. Uno sguardo gentile (ma non edulcorato) si appropria di quelle forme, che in alcuni casi diventano come pattern reiterati, per trasformarle in visioni fugaci eppure lucidamente reali. Un giardino fiorito, un tunnel sospeso, un vortice astratto: geometrie che si rincorrono, riformulando il confine tra il mondo interiore della fotografa e ciò che la circonda. Immagini così vicine e incredibilmente lontane.

(Manuela De Leonardis)


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Giocando con l’identità: Artisti contemporanei dell’Oman – Hassan Al Meer & Muzna Al Musafir

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare la mostra

Giocando con l’identità: Artisti contemporanei dell’Oman.
Hassan Al Meer & Muzna Al Musafir

a cura di Manuela De Leonardis11 – 31 ottobre 2018Inaugurazione alla presenza degli artisti
11 ottobre ore 18,30

L’abito civile, culturale e giuridico di un popolo si esprime nella voce “identità culturale”. Una identità che va difesa dalla globalizzazione, ma anche dai pregiudizi, dalle chiusure e
dall’autoreferenzialità. A stimolare una interessante riflessione sull’argomento ci pensano i due artisti omaniti che presentano il loro lavoro per la prima volta in Italia – a settembre hanno preso parte al festival Castelnuovo Fotografia – raccontando la loro contemporaneità attraverso il paradosso, l’ironia e una genuina vena di umorismo.
La mostra è organizzata in collaborazione con il festival Castelnuovo Fotografia e Stal Gallery & Studio, Muscat (Oman).


L’abito civile, culturale e giuridico di un popolo si esprime nella voce “identità culturale”. Un’identità che va difesa dalla globalizzazione, ma anche dai pregiudizi, dalle chiusure e dall’autoreferenzialità. A stimolare un’interessante riflessione sull’argomento ci pensano i due artisti omaniti Hassan Al Meer e Muzna Al Musafir che presentano il loro lavoro per la prima volta in Italia, raccontando la loro contemporaneità attraverso il paradosso, l’ironia e una genuina vena di umorismo. “Giocando con l’identità” è il titolo-manifesto della mostra, in cui il termine stesso di giocare allude alla benefica leggerezza della forma con cui viene espresso il contenuto. Geograficamente l’Oman si trova nell’Asia sud-occidentale, nell’angolo sud-orientale della Penisola Arabica – tra lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti – e si affaccia sull’Oceano Indiano; dal punto di vista politico è un sultanato. Qābūs ibn Sa‛īd è il sultano che regna dal 1970, a cui si deve la totale indipendenza del paese dal regime di semi protettorato inglese, seguita dalla sua progressiva modernizzazione che, tuttavia, è stata promotrice solo parzialmente dell’emancipazione della donna. Il forte legame con il passato è visto come “identità culturale” anche attraverso segni esteriori, come indossare la dishdasha (la tunica con le maniche lunghe, prevalentemente bianca e con il tassello imbevuto di franchincenso) per gli uomini che è interdetta agli stranieri e alle donne con il cappello islamico chiamato kuma. Mentre le donne, pur non avendo l’obbligo di indossare il niqab (altrove chiamato chador e burqa), sfoggiano abiti occidentali sotto l’abaya e hanno per lo più il capo coperto. A questi aspetti della tradizione, nel suo continuo confronto con l’occidente, si riferiscono sia Hassan Al Meer con la serie fotografica Ambiguity (2005) che Muzna Al Musafir con il video Niqab (2010) e gli stills. Entrambi esprimono la complessità e le contraddizioni di questo confronto ricorrendo all’autorappresentazione. Il paradosso con cui gli artisti, nella loro inquieta ricerca esistenziale, devono fare i conti si rivela nello sdoppiamento di Al Meer che contemporaneamente indossa sia l’abito occidentale (giacca e pantaloni neri) che quello tradizionale (dishdasha bianca e kuma). Un dialogo tra sé e sé che si svolge davanti ad un tavolo su cui sono poggiati un piatto vuoto e un piatto pieno di carbone. Al centro un pesciolino nuota “libero” nel vaso di vetro trasparente. L’Io sussurra nell’orecchio dell’artista: il nero carbone (che non è certamente commestibile) rimanda per la sua natura fossile ad un’idea di stratificazione, ma anche di energia. Dal lato opposto c’è un pesciolino dorato, simbolo del femminile, che lo stesso protagonista osserva attentamente. Due aspetti che convivono nella struttura dell’individuo tra compromessi e conflittualità. Analogamente Muzna Al Musafir, come davanti ad uno specchio, è una giovane donna che interpreta tanti personaggi femminili. E’ romantica, maliziosa, aggressiva, emancipata, conservatrice. Al ruolo simbolico della maschera è demandato il riferimento esplicito al gioco delle parti. Anche il velo nero ha un ruolo chiave: assorbe la sua figura inghiottendola nel buio più assoluto. Immagini ambigue che inquadrano personaggi pirandelliani sicuri di sé nell’esprimere il dubbio, così fragili e allo stesso tempo sempre più forti.

Manuela De Leonardis


Hassan Al-Meer è nato nel 1972 a Muscat (Oman), dove vive e lavora. Nel 1999 si è laureato in Media Art al Savannah College of Art and Design di Savannah (Stati Uniti), conseguendo il master nel 2000. Nel 2012 è stato artista in residenza alla Delfina Foundation di Londra. E’ promotore di vari eventi con cui ha promosso ed incoraggiato l’arte contemporanea in Oman: Circle (2005), City & street (2007), Oryx Caravan (2010) e Ibex Caravan (2013). Attualmente è il direttore artistico della Stal Gallery & studio di Muscat. Il suo lavoro Cake-project (2012) è pubblicato nel libro CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente / The dessert culture between Arabic and Western traditions (Postcart 2013) Il suo lavoro Looking at sweet confusion (2012) è pubblicato nel libro CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente / The dessert culture between Arabic and Western tradition (Postcart 2013). Tra le mostre più recenti: 2016 – Reflection of the Other, Stal Gallery, Muscat (Oman); Do it Arab, Sharjah art Museum; 2015 – There Are Too Many Walls But Not Enough Bridges, Kunst(Zeug)Haus Rapperswil (Svizzera); 2014 – View from Inside – FOTOFEST 2014, Houston (USA); 2012 – 25 years of arab creativity, Institut du monde arabe, Parigi; Arab Express, Mori Museum, Tokyo; Work marry remember, AB Gallery, Zurigo; 2011 Roaming Images, Macedonian Museum of Greece Contemporary Art, Biennale di Thessaloniki; VIDEO: VISIONS, Venezia/New York/Berlin; 2010 – Menasart Fair Libano; Memory lines, Al-Markya Gallery (Qatar); Once Upon a Time, Bait Muzna Gallery, Muscat (Oman); 2009 – Contemporary Oman Art, AB Gallery Lucerna/Zurigo; Bangladeshi Biennale, Dakha (Bangladesh); Faces of the Unknown, Bait Muzna Gallery, Muscat (Oman); Jordan Festival Amman (Giordania); 2007 – Art Paris-Abu Dhabi (UAE); 8th Biennale Internazionale di Sharjah.

Muzna Al musafir è nata nel 1987 a Muscat (Oman), dove vive e lavora. Si è laureata all’Università del Kuwait specializzandosi in Comunicazione di Massa. Nel 2011 ha frequentato corsi di cinema svedese e cultura televisiva all’Università di Stoccolma. Il suo primo cortometraggio Niqab (2010) è stato il vincitore della competizione studentesca al Gulf Film Festival di Dubai. Il secondo, Cholo (2014), è stato premiato all’Abu Dhabi Film Festival e proiettato in varie rassegne, tra cui lo Smithsonian Institute, National Museum of African Art di Washington e Institute du Mond Arabe di Parigi. Ha partecipato a varie mostre collettive, tra cui alla Stal Gallery di Muscat, Place of silence (2015) e Reflection of the Other (2016). E’ membro del consiglio direttivo dell’Oman Film Society


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