A fior d’acqua – Fotografie di Loni Mjeshtri

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare la mostra

 A fior d’acqua

Fotografie di Loni Mjeshtri

 

A cura di Elisabetta Palmieri

25 Ottobre 16 Novembre 2019

inaugurazione 25 ottobre ore 18.30-20.30

Cosa c’è di più intrigante di una immagine a fior d’acqua, che ci attira magnetica e ci spinge a rimanere lì a fissarla? È solo una fugace apparizione che scivola via veloce o può diventare un luogo dove raccontare e raccontarsi?

Lo sguardo di Loni Mjeshtri, giovane fotografo albanese, si posa sull’acqua del fiume o di una pozzanghera, e da qui costruisce il suo mondo, dove tutto si distorce e si trasforma. Le immagini limpide e rassicuranti cedono il posto ai riflessi fragili e incerti della città, ove prendono vita i suoi pensieri e desideri. Dalle acque increspate, fluide o sinuose emerge la sua personale vena creativa come un gioco di rimandi tra passato, presente e aspirazioni future.

Che siano di natura o di architettura, le visioni di Loni sono interpretazioni della vita reale, ove il tempo si ferma e rimane in una dimensione che simula l’assenza di gravità. I luoghi perdono la loro connotazione reale e diventano luoghi interiori dove riannodare i fili della propria memoria. La narrazione visiva si dipana tra trasparenze e deformazioni, diventando, a volte, surreale come nell’immagine dei pesci rossi che sembrano librarsi in aria simili a fiori fra le fronde degli alberi.

Proprio in questo forte interesse al distacco dal reale appare la peculiarità degli scatti di Loni Mjesthtri….non a caso uno dei suoi maestri preferisti è Magritte, da cui in alcune occasioni trae ispirazione.


Loni Mjeshtri, è nato in Albania nel distretto di Mat, a 100 km da Tirana. Arriva in Italia nel 2014, a 17 anni e frequenta fino alla maggiore età il Civico Zero Onlus, Centro accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Il suo interesse per l’arte è presente da subito. Termina gli studi presso il Liceo Artistico di via Ripetta e frequenta la Scuola di arti Ornamentali del Comune di Roma.

Nei suoi lavori si avvale di diversi medium tra cui fotografia, pittura e scultura. Ha già esposto alla Pelandra di Roma e al Civico Zero nel 2017 e presso il Consolato Generale Italiano a Valona nel 2018.

Galleria

ACTA INTERNATIONAL

Direzione: Giovanna Pennacchi

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LOS ANGELES BOULEVARDS – Fotografie di Stephen Hilger

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare la mostra

LOS ANGELES BOULEVARDS – Fotografie di Stephen Hilger

a cura di Allan Frame

Acta International

Dal 23 Maggio al 12 Giugno

Inaugurazione alla presenza dell’artista

giovedì 23 Maggio – ore 19,00

 La prima volta in cui visitai Los Angeles, vi arrivai con la station wagon dei miei genitori, seduto nel sedile posteriore. Era il 1958 ed eravamo in vacanza per fare un tour nel West. Avevamo lasciato Las Vegas all’imbrunire, guidato attraverso il deserto per arrivare a Beverly Hills tardi in nottata, consultando una mappa che indicava le case delle stelle del cinema, Doris Day, James Stewart, Jack Benny, ed infine Fred Astaire. E lì c’era proprio lui, in persona. Lo vedemmo mentre entrava in macchina e faceva retromarcia sino alla strada. Tirò giù il finestrino e salutò mio padre, che aveva rallentato, sbigottito. “Vi siete persi?” chiese. Mio padre mi afferrò e mi spinse verso il finestrino. “No, non ci siamo persi. Questo è mio figlio che adora i suoi film”. Essendo cresciuto nel Mississippi, ero ammaliato da Hollywood, ed anche più tardi, ero affascinato dalla letteratura noir cui si ispiravano i film, dai romanzi di James Cain, Horace Mccoy, Raymond Chandler, e Nathanael West che ha descritto lo squallido collasso del sogno americano lungo la costa del Pacifico.

Stephen Hilger, che oggi vive a Brooklyn, è nato a Los Angeles. Con lui, i tipici miti glamour e gli intrighi polizieschi del cinema hollywoodiano vengono spogliati fino a rivelare una realtà semplice, comune, a volte lussuosa, a volte seducente e un po’ decadente, con accenni alla noia dei pendolari, alla disparità di guadagni, il tutto addolcito dai fulgidi tramonti, dalle esplosioni di colore in luoghi del tutto inaspettati.

Nei suoi lavori sono assenti sia i turisti che le celebrità. Le poche figure che vi appaiono sono dei lavoratori ed un homeless avvolto in qualcosa che assomiglia ad un sacco per cadavere mentre dorme in una panchina che pubblicizza servizi medici. Per realizzare questo lavoro, Hilger si è messo alla guida, percorrendo ” le strade più lunghe e più larghe, da una parte all’altra della città”, fermandosi per osservare lo spettacolo sempre in evoluzione della vita quotidiana. “Lo scopo è stato di svelare i caratteri della complessa personalità della città di Los Angeles, a un tempo stupendamente bella e malinconica, anacronistica e mutevole”. Come William Eggleston, Hilger rintraccia, casualmente, i principi evangelici ovunque. Il colore è parte integrante del suo lavoro, sia esso una macchia di vernice blu sul fianco di un cottage, o i resti di coriandoli trovati nel fango, oppure il blu di una obsoleta cabina telefonica, oppure il verde di una vecchia cassetta per i quotidiani posta in strada, che poeticamente si rapporta con il color corallo della striscia sul marciapiede. Con senso dell’umorismo, fotografa scritte fatte a mano, dialettali, come quella di un drugstore a conduzione familiare, che pubblicizza “Lavaggi intestinali” e “Supporti cardiovascolari”. La sua preoccupazione principale è stata quella di gettare luce su quegli aspetti occulti e sconosciuti che intaccano la metropoli di L.A. È street-photography con marciapiedi vuoti e boulevards senza fine. Hilger, con un occhio al dettaglio e agli aspetti demografici, riesce a trasformare il senso di desolazione in qualcosa di peculiare, a tratti intimo. Il lavoro di Hilger traccia la memoria storicha del panorama sociale. Il suo recente lavoro, Los Angeles Boulevard costruisce un archivio di motivi visuali nell intersezione degli spazi pubblici e privati attraverso L.A.

Allan Frame

My first time in Los Angeles I rode into town in the back of my parents station wagon. It was 1958. Touring the West on a family vacation, we had left Las Vegas at dusk, driven through the desert, and arrived in Beverly Hills late at night with a movie star map, spotting the homes of Doris Day, James Stewart, Jack Benny, and then, Fred Astaire. There he was in person, in his garage, getting into his car with a date, then  backing out into the street. He rolled down his window, and hailed my father, who had slowed down to gawk. Are you lost? he asked. My father grabbed me and pulled me to the window. No, were not lost, but this is my son. He loves your movies! Growing up in Missisippi, I was star-struck, enthralled with Hollywood, and much later, captivated by the literature of LA, the noirish novels of James Cain, Horace McCoy, Raymond Chandler, and Nathaniel West that depicted the seedy collapse of the American dream at the Pacifics edge.

Stephen Hilger, a Brooklyn-based photographer, is a native of Los Angeles, for whom the typical myths of Hollywood glamour and film-noir intrigue have been peeled away to reveal a plain, nondescript place, sometimes lush, and a little run-down, its hints of commuter tedium and income disparity softened by radiant sunlight and bursts of color in unexpected places. Absent are any celebrities or tourists.

 The few figures who appear are laborers, and a homeless man wrapped in something that looks like a body bag, sleeping on a bench that advertises a medical provider. In making this work, Hilger drives the largest and longest streets from one part of the city to another, stopping along the way to observe the ever-unfolding spectacle that is daily life. His aim, he says, is to reveal elements of the complex character of the city of Los Angeles, at once magnificently beautiful and melancholic, anachronistic and mutable.

Like William Eggleston, Hilger finds the gospel in the random everyday. Color is an integral part of his work, whether its the splotch of blue paint on the white sidewall of a cottage, remnants of confetti found in a gutter, the blue of an obsolete telephone booth, or the green of an old newspaper box rhyming with a coral stripe on the curb. With a sense of humor, he depicts vernacular handmade signs, such as the one in front of a mom and pop drug store that promotes intestinal cleansers and cardiovascular support. For Hilger, the overriding concern is to illuminate the unseen and unknown moments that dent the Los Angeles metropolis in full. This is street photography in a place with empty sidewalks and endless boulevards. With an eye for detail and demographics, he manages to make the desolate feel specific, even familiar. Hilger is a photographer whose work traces historical memory in the social landscape. His most recent work, Los Angeles Boulevards, constructs an archive of visual motifs at the intersection of public and private spaces throughout Los Angeles.

 

By Allen Frame

BIOS

 Stephen Hilger has exhibited at venues including Los Angeles Contemporary Art Exhibitions; Black Dragon Society, Los Angeles; the Contemporary Art Center New Orleans; and Transmitter, Brooklyn. His photographs are in the permanent collections of the Los Angeles County Museum of Art and the New Orleans Museum of Art. Hilger is the author of the monograph Back of Town (SPQR Editions, 2016), the limited-edition publication BLVD (ROMAN NVMERALS, 2017), and his photographs have appeared in periodicals including New York Magazine and the New York Times. His writing about photography and contemporary art has appeared in Aperture’s PhotoBook Review and BOMB. Hilger received his B.A. and M.F.A. degrees from Columbia University and was a participant in the Whitney Museum of American Art’s Independent Study Program. He currently teaches at Pratt Institute in Brooklyn where he is an Associate Professor in the Photography Department and he is also the Director of Education at the Gordon Parks Foundation.

Hilger was a Pratt Institute School of Art Affiliated Fellow at the American Academy in Rome during October 2018. This is his first exhibition in Italy.

Allen Frame is based in New York and represented by Gitterman Gallery in New York where his next solo exhibition will be in June, 2019. He is a winner of the 2017/2018 Rome Prize from the American Academy in Rome, and recent work he made while in Rome was presented in the exhibition Innamorato at Pratt Institute, Brooklyn, in 2018. His 2013 exhibition Dialogue with Bolaño was presented at the Museum of Art of the Sonora in Hermosillo, Mexico, in 2014. His work has been included extensively in group shows since 1976. Detour, a compilation of  his photographs over a decade, was published by Kehrer Verlag Heidelberg in 2001.

He has been the curator of numerous exhibitions, including Darrel Ellis at Art in General, in 1996, and In This Place at Art in General in 2004. In Rome, in 2018, he curated two photo exhibitions at ACTA International, Illusione Persistente and Fuggenti Figure. He is an Adjunct Professor of Photography at Pratt Institute (MFA) and also teaches at the School of Visual Arts (BFA), and the International Center of Photography in New York. He graduated from Harvard University and grew up in Mississippi.

ACTA INTERNATIONAL

Direzione: Giovanna Pennacchi

dal martedì al sabato, ore 16 – 19,30

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L’Archivio del segno. Đanino Božić e Jack Sal

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare la mostra

L’Archivio del segno. Đanino Božić e Jack Sal

a cura di Manuela De Leonardis

13 – 30 Aprile 2019

inaugurazione alla presenza degli artisti

sabato 13 aprile, 18.30-20.30

 

L’idea intorno a cui ruota il progetto espositivo è l’esplorazione del concetto di archivio come memoria personale (archivio del sé) e collettiva attraverso un approccio concettuale del segno grafico reiterato. Entrambi gli artisti usano un linguaggio in cui è presente la fotografia.

La mostra è anche un’occasione per festeggiare i 25 anni di attività della galleria, alcuni lavori storici di Jack Sal, artista statunitense che proprio all’Acta International, nel 1996, ha presentato la personale Paper / Negatives e dell’artista croato Đanino Božić che espone per la prima volta in Italia l’installazione Self-Portrait e alcune opere della serie Metals.

(M. De Leonardis)

This exhibition revolves around exploring the concept of the archive as a personal memory (archive of the self) and also collective by means of a conceptual approach of repeating the graphic sign. Both artists use a language in which photography is present.

This exhibition also presents an opportunity to celebrate 25 years of the gallery’s activity, some historical works by Jack Sal, an American artist who presented his one-man show, Paper / Negatives, exactly in 1996 at Acta International Gallery and the Croatian artist Đanino Božić, who is exhibiting his Self-Portrait installation and some works of his Metals series in Italy for the first time.

(M. De Leonardis)

Đanino Božić (Pula, Croazia 1961, vive e lavora tra Novigrad/Cittanova e Labinci). Si è laureato presso la Facoltà Pedagogica di Fiume nel dipartimento di arti visuali. Si ocupa di pittura, scultura, installazioni e deisegno. Dal 1984 espone in mostre personali e collettive in Croazia e all’estero.

Tra le mostre recenti: 2015 – Scultori della Mitteleuropa, Spazio Lazzari, Treviso; 2014 – Rencontre Internationale de Painture Tourves; 33° Sculpture symposium “Terra”, Kikinda (Serbia)¸ 2011- Ph6 Koroška galerija Sloven Gradec; 2010 -2014 – Festival vizualnih umjetnosti Arterija Novigrad; 2009-2010 – Moja zemlja Štaglinec; 2008 – Hrvatski trijenale crteža; 2006 – New Delhi, Contemporay Croatian Art; Mediascape Novigrad – Berlin. Tra i numerosi riconoscimenti che ha ricevuto: Rijeka Biennale of Young Artists 1989; International Exhibition of Drawing 2001; Association of Croatian Artists 2001; III Triennale Croata di Disegno, Zagabria 2002. Nel 2012 è stata la prima monografia dedicate al suo lavoro e nel 2013 la sua scultura Fingers è stata allestita nell’Europa Park di Novigrad (Croazia).

Jack Sal è nato a Waterbury (USA) nel 1954, vive e lavora a New York. Nel 1981 l’International Museum of Photography/George Eastman House di Rochester ospita la sua prima personale in un luogo istituzionale. Nel 1986 realizza il ciclo di affreschi nella settecentesca Cappella Gandini (Santa Maria della Maternità) a Montà, Padova e nel 2006 White/Wash II, monumento permanente per le vittime del pogrom del 1946 a Kielce (Polonia).

Tra le mostre personali recenti: 2018 – Photography & Technology, Roonee 247 fine arts gallery, Tokyo; 2016 – Building/Block, Stal Gallery, Muscat (Oman); 2014 – Ring/Rings/Ring, MAC – Museum of Contemporary Art, Lissone; 2011 – O/Ring/O, Stiftung für Medien Kunst und Philosophie, Berlino; in/line ARTCore Contemporary Gallery, Bari; Action/Re/Action, Palazzo Morelli, Todi; De/Portees, IIC of Osaka and Kyoto Museum for World Peace, Ritsumeikan University; Jack Sal. Fotogenic Nan Sen, Roonee 247 Gallery, Tokyo; New Works, SoHo Art Gallery, Osaka; De/Portees, IIC New York; De/Portees, Casa della Memoria e della Storia, Roma;  2009 – Re/Vision, ZONE Contemporary Art, New York. Le sue opere fanno parte di numerose collezioni pubbliche, tra cui MOMA – Museum of Modern Art, New York; Ludwig Museum, Köln; Museum moderner Kunst, Wien; Detroit Institute of Art, Detroit; International Center of Photography/ICP, New York; Museum für Kunst und Gewerbe, Hamburg; Museum of Contemporary Photography, Chicago; Stedelijk Museum, Amsterdam; Bibliothèque Nationale, Paris; Israel Museum, Jerusalem; Baltimore Museum of Art, Baltimore; Center for Creative Photography, Tucson; Kunsthalle, Bielefeld, Bielefeld; Istituto Nazionale per la Grafica, Roma.

La mostra ha il patrocinio della Repubblica di Croazia – Ministero della Cultura e del Muzej – Museo Lapidarium, Novigrad / Cittanova

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Sana Kazi / The Sleepers series

Sana Kazi / The Sleepers series

a cura di Manuela De Leonardis

26 gennaio – 20 febbraio 2019

Inaugurazione alla presenza dell’artista

26 gennaio ore 18,30

Giovanna Pennacchi è lieta di presentare per la prima volta in Italia The Sleepers series di Sana Kazi, un lavoro incentrato sul rapporto tra fotografia e miniatura.

L’artista pakistana è partita dalla realizzazione di ritratti fotografici di giovani personaggi (donne e uomini) che ha trasferito su fogli di carta wasli, la tradizionale carta fatta a mano impiegata per le miniature, precedentemente preparata con uno strato di cenere.

I volti dei “dormienti”, dipinti con pigmenti naturali provenienti dalla miscela di vari minerali con sabbia e pietre macinate, riflettono un’idea di sospensione ed incompiuto che per l’artista è concettualmente significativa, in quanto permette l’interazione con il pubblico che ha la libertà di “ricostruire” quei volti attraverso la propria immaginazione, assecondando una propria idea di “veridicità”.

L’aspetto della ripetizione è altrettanto importante: introduce al tema della continuità, dell’armonia, del ritmo, della transitorietà del tempo. Elementi che sono associati alla ricerca spirituale dell’amore eterno e radicati nella memoria collettiva.

In particolare, hanno un legame profondo con la pratica sufi della ripetizione del nome di Dio e dei suoi attributi, conosciuta nella religione musulmana come Zikr.

L’invocazione stessa con il ritmo della ripetizione e la sua sincronizzazione conduce in uno stato di trance che è al di là dello spazio e del tempo.

“Ogni singolo ritratto viene ripetuto quattro volte.” – afferma Sana Kazi – “Di passaggio in passaggio perde la sua consistenza formale. Queste quattro tappe del viaggio sono un’allegoria dell’inizio della vita, ancor prima che lo spirito venga soffiato nel grembo materno, seguito dalla nascita, dalla morte, e, infine, dalla vita eterna. L’alternanza nella ciclicità della vita è mostrata in un sereno stato transitorio di sonno.”

(Manuela De Leonardis)

SANA KAZI (1983, Pakistan) vive lavora a Lahore in Pakistan. Ha conseguito il BFA in miniature specializzandosi in arti visuali presso il National College of Arts di Lahore (2006 e 2012). Alla carriera artistica è complementare l’attività di scrittrice e critica d’arte e di docente al National College of Arts di Lahore. Ha conseguito numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui Rockefellers Brother Fund Foundation che, in collaborazione con la New York Foundation of Arts (NYFA), ha organizzato una sua mostra a New York; la residenza di Art Hub a Abu Dhabi.

Tra le mostre personali: 2017 – Respite, Satrang Gallery, Islamabad; A Secret, Sanat Gallery, Karachi; 2014 – Spatial Transcendence, Rohtas 2, Lahore; Cognitive Transcendence, Koel Art Gallery, Karachi; 2012 – Transition, Degree Show M.A (Honors) Visual Arts, National College of Arts, Zahoor-ul-Ahklaq Gallery, Lahore; 2006 – Happily Ever After, Zahoor-ul-Akhalq Gallery, National College of Arts, Lahore.

Tra le mostre collettive: 2018 – Body Language (a cura di Quddus Mirza), Royaat Gallery, Lahore; I, too am part of this History (a cura di Zahra Khan), Fakhir Khana Museum, Lahore; 2016 – Narcissus Reborn, Karachi Sanat Art Initiative; 2015 – Doppelganger (a cura di Aasim Akhtar), Khaas Gallery Islamabad; 2014 – Patterns of Unity, Art Hub, Abu Dhabi; 2013 –In Transit, Chashama gallery, New York; In Transit” Rohtas Gallery, Lahore; 2012 – Pakistan Now, Resurgence and Subversion in Art, a cura di Ameena Chaudhry e Ali Adil Khan), Toronto, Canada; 2007 – The Art of Story Telling, New End Gallery, Londra.

Nel 2009 il suo lavoro ha fatto parte del progetto di arte e musica Silent Decibels (Art of Music), curato da Aasim Akhtar (47 music paintings con 9 performance di danza) che da Lahore ha viaggiato per due anni ad Islamabad e Karachi per giungere negli Stati Uniti, dove è entrato a far parte della collezione del Music Museum (Crispus Industries) di Washington.

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CIELO E ACCIAIO – Fotografie di Irene Avaltroni

Cielo e acciaio è una selezione di venti fotografie a colori del corpus che Irene Avaltroni ha realizzato nella seconda metà del 2017 e nel 2018, durante le ispezioni e anche le pause di lavoro nei cantieri di Aarhus e Copenhagen (Danimarca), dove è in corso la costruzione rispettivamente di una tramvia e di una metropolitana o, magari, durante i brevi viaggi di ritorno a Roma. Immagini che appartengono al suo quotidiano di ingegnere civile e architetto con una dichiarata e autentica curiosità verso il linguaggio fotografico. Mishima, in Sole e acciaio, scrive: “Ciò che vidi non fu affatto un’illusione soggettiva ma, necessariamente, il frammento di una nitida visione collettiva. Parole che, prese in prestito (anche nel titolo stesso della mostra), restituiscono il senso di una ricerca interiore intuitivamente poetica. “Il mio sguardo, incontrando quel cielo azzurro che si muoveva e oscillava, era penetrato per un istante nel pathos del creatore”, scrive ancora il grande scrittore giapponese. Negli scatti di Avaltroni la durezza dell’acciaio, declinato nelle forme dei bulloni, dei ponteggi, delle barre, dell’armatura, delle canaline, delle staffe, delle gru, delle passerelle, dei supporti, dei tubi, dei ganci, dei chiodi, delle corde, delle ganasce perde la sua anonima fierezza per assumere una fisionomia metaforica. Uno sguardo gentile (ma non edulcorato) si appropria di quelle forme, che in alcuni casi diventano come pattern reiterati, per trasformarle in visioni fugaci eppure lucidamente reali. Un giardino fiorito, un tunnel sospeso, un vortice astratto: geometrie che si rincorrono, riformulando il confine tra il mondo interiore della fotografa e ciò che la circonda. Immagini così vicine e incredibilmente lontane.

(Manuela De Leonardis)


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